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Apertura del blog

29 gennaio 2012

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Da oggi trovate on-line il blog di Federica Pini. Si intitola Al limitar del bosco; il perché di questo nome lo potete trovare tra le righe del primo post pubblicato sul blog. In questo nuovo spazio virtuale potrete leggere di accadimenti giornalieri, di news, di opinioni che Federica condividerà con il mondo.

Chiusura del forum

05 gennaio 2012

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In vista di un prossimo restauro del sito, da oggi il forum legato alla Saga della Mors Argentea chiude i battenti. Potete trovare il primo capitolo del libro, che era ospitato nel forum, direttamente sul sito al link che trovate nella barra del menù.

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26 settembre 2011

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Primo capitolo

Buon Compleanno

28 Agosto 2005, giorno del mio ventesimo compleanno.

Quello in cui cade l'anniversario della propria nascita è il giorno che tutti durante l'anno aspettano con più impazienza e trepidazione. Sono poche le persone disposte ad ammetterlo, ma nel profondo del proprio animo ognuno non vede l'ora di leggere sul calendario quella fatidica data.

Il compleanno, un unico giorno su centinaia in cui credi che tutto il mondo sia pronto a festeggiare e ti guardi con occhi diversi perché in quel giorno, sotto una determinata configurazione planetaria e stellare, sei nato tu. Un giorno in cui i sorrisi si sprecano, in cui tutte le persone che conosci, anche quelle che non ti vogliono veramente bene, ti porgono un saluto più caloroso e ti danno una pacca sulla spalla, dicendo: buon compleanno!. Un giorno in cui i famigliari e gli amici ti cantano canzoncine stonate, in cui ti vengono consegnati dei regali che la maggior parte delle volte non vengono dal cuore e che magari sono anche riciclati. Un giorno che dovrebbe essere all'insegna della felicità e della genuinità, ma dietro al quale si nasconde una valanga di pura falsità. A te però non interessa. L'importante è che, quel giorno, tu ti possa sentire al centro dell'attenzione di decine e decine di persone, che sono lì per te e soltanto per te.

Ed io? cosa pensavo del mio compleanno? Beh, semplicemente niente. Il 28 Agosto non è mai successo nulla di speciale perché io non ho mai voluto farlo succedere. Per me il giorno del compleanno era uno come tanti: altre ventiquattr'ore che scorrevano inesorabili verso le prossime ventiquattr'ore e che accumulandosi formavano giorni, settimane, mesi e anni.

In fondo, perché festeggiare un anno in più? Può essere utile in diversi casi, come quando a quindici anni ti senti grande perché puoi fare la carta d'identità; o a diciotto, quando il grado della tua libertà aumenta perché per la legge italiana sei maggiorenne e puoi addirittura prendere la patente. Questi traguardi possono passare, insieme ad altri pochi eletti, ma il resto? un anno in più, altri 365 giorni da quando hai aperto gli occhi su questo mondo, tra i suoi alti e bassi.

Capiamoci, non ho mai pensato al giorno del compleanno come a qualcosa di negativo. Solo, non mi sono mai sentita di elevarlo al di sopra degli altri, che erano comunque dei gran giorni, se non addirittura migliori.

Per il mio compleanno lavoravo nel bar di un amico di mio padre, che mi faceva la grazia di assumermi nei periodi di vacanza. Ho avuto la meravigliosa idea di nascere in un mese estivo, quando le scuole sono chiuse e i genitori mandano i propri figli a guadagnare qualche soldo dietro al bancone di un bar o, se si è più fortunati, in un bell'ufficio con l'aria condizionata e questo, purtroppo o per fortuna, cambiava molto le cose. Quando si è a scuola o, come nel mio caso, all'università, ci si può permettere di prendersi una giornata di vacanza e saltare le lezioni senza che nessuno se la prenda a male. Al datore di lavoro, invece, non interessa se quel giorno è "speciale". Non lascerà di certo che un dipendente se la spassi a casa solo perché l'età anagrafica aumenta di un numero. Di solito, le ragazze che si trovano in questa situazione non vedono l'ora che la giornata di lavoro finisca per andarsene a casa e prepararsi per la festa della sera, in cui saranno libere di gioire per i propri anni. Io non ho mai organizzato feste, se non per volontà dei miei genitori quando, da piccola, invitavano tutti i miei compagni di classe a mangiare l'ottima torta di crema e cioccolato sfornata da mia nonna. Le persone che mi conoscono hanno sempre pensato che io fossi pazza a rinunciare alla festa di compleanno, ma con il tempo hanno accettato questa mia stranezza, come io ho fatto per le loro abitudini. Io e le mie amiche siamo sempre state d'accordo: niente feste di compleanno. Le uniche cose che potevo accettare erano gli auguri e i regali, se proprio non sapevano dove spendere meglio i loro soldi.

E anche per il mio ventesimo compleanno doveva essere così.

Erano le sette della sera quando rientrai dal bar. Il mio orario di lavoro prevedeva che restassi attiva fino alle otto, ma il proprietario del locale, in uno slancio di bontà, mi aveva concesso un'uscita anticipata, giusto perché era il mio compleanno, e così mi ritrovai davanti al cancello di casa un'ora prima del solito.

Parcheggiai la macchina nel garage sul retro, un piccolo modello di utilitaria rossa preso a prestito da mia madre, e salii le scale che conducevano al giardino davanti alla mia abitazione: uno spazio verde diviso in due blocchi da un vialetto in sasso, pieno zeppo di fiori, cespugli e alberi da frutto, come piaceva a mio padre.

Prima di varcare l'ingresso, mi fermai un momento ad osservare la mia casa nella luce del tramonto. Era un edificio a due piani, fatto di mattoni rossi e grigi; per arrivare alla grande porta in legno si doveva salire un paio di gradini, che conduceva ad una balconata in ferro battuto. Da quel lato, non si poteva vedere la finestra della mia camera, che si affacciava invece sulla parte sinistra della casa, dove un passaggio in discesa portava ai garage. Erano altre le stanze che davano sul giardino: il salotto, la cucina, la camera da letto dei miei genitori e il ripostiglio. Appena sotto il tetto, si poteva scorgere una piccola finestrella che segnalava la presenza della mansarda, un angusto spazio dove nessuno metteva piede da anni, se non per depositare roba vecchia e inutilizzata.

Sospirando, aprii la porta con un tintinnio di chiavi, mentre mentalmente passavo in rassegna tutte le cose che avrei potuto fare quella sera. In cima alla lista, c'era una squisita cena composta da piatti scelti apposta per quella giornata speciale. Mia madre mi avrebbe esonerata dai lavori in cucina, cosa che avrei accettato volentieri, poi i regali, una bella doccia, un film e tutti a dormire, pronti per la prossima giornata di intenso lavoro.

Pregustavo già la crema unita in un morbido abbraccio di cioccolato gianduia del dolce, con un fresco retrogusto di menta, quando fui avvolta dall'oscurità. La luce del sole morente entrò ad illuminare il corridoio, ma quel piccolo spiraglio di luminosità non mi permise di vedere oltre un metro dai miei piedi. Aggrottai le sopracciglia, chiedendomi perché i miei genitori avessero chiuso tutti gli scuri, e mi diedi dell'imbranata per non essermene accorta prima.

Mossi qualche passo nel corridoio, chiamando i miei genitori ad alta voce, poi girai alla prima porta a sinistra ed entrai nel salotto, allungando una mano sul muro per trovare l'interruttore della luce. Una volta premuto, capii il motivo di tanta misteriosità.

«Buon compleanno, Erika!».

In ogni angolo del salotto si espansero decine di voci tutte in coro, seguite da un lungo applauso corredato da urletti d'incoraggiamento. Osservai i presenti, riconoscendo tra loro le facce dei miei genitori, delle mie amiche più care e anche di alcuni ragazzi conosciuti all'università. Tutte mi guardavano sorridenti, un'espressione comune decisamente diversa dalla mia.

Passai sconcertata lo sguardo sulla stanza. Il divano e le poltrone erano stati spostati a sinistra contro la parete ricoperta di quadri e la lunga tavola sul fondo era stata posizionata al centro del salotto, attorno alla quale si erano riuniti tutti gli invitati. Erano in una ventina e ognuno teneva davanti a sé un pacchetto, dalle dimensioni e dalle forme più disparate.

Attesi che l'applauso e le voci scemassero e lanciai un'occhiata storta ai miei genitori, i primi della fila da ogni lato. «Mamma, lo sai che non mi piacciono le sorprese».

Mia madre alzò le braccia, in segno di innocenza. «Non è stata nostra l'idea della festa».

«È vero!» squillò una voce famigliare da una breve distanza. «Abbiamo fatto tutto noi, quindi non puoi incolpare i tuoi genitori».

«Se te la vuoi prendere con qualcuno, dovrai farlo con noi due».

Le proprietarie delle voci corrispondevano alle mie due più care amiche: Arianna Franchini ed Elisa Giberti, che si erano avvicinate per salutarmi. Ci conoscevamo fin da piccole, essendo nate nello stesso paese da genitori già amici tra di loro. Avevamo passato l'infanzia insieme e negli anni avevamo frequentato le stesse scuole, nella stessa classe, inseparabili. Erano loro le prime a cui mi rivolgevo nel momento del bisogno e le prime a cui pensavo nel trovarmi davanti alla parola "amici". Ognuna di noi sapeva tutto delle altre, senza eccezioni, ma nonostante ciò quella volta loro non si erano fatte scrupoli nell'organizzare la festa di cui sapevano benissimo che avrei volentieri fatto a meno.

Le osservai a lungo, smarrita in quell'imprevisto. Arianna aveva i capelli corti, di un biondo cenere, le cui onde irregolari le davano una costante aria spettinata. Era bassa di statura e il suo fisico magro la faceva sembrare una bambina. La lunga chioma color castano di Elisa, invece, era raccolta in una coda alta che le circondava il viso rotondo con una cascata di folti ricci. Era alta circa come me e si lamentava sempre di avere qualche chiletto di troppo. Certo, non si poteva dire che noi tre fossimo un gran trio di bellezze, ma sapevamo come procurarci le nostre amicizie. Ci ritenevamo sicuramente migliori di quelle smorfiose che vagavano per le strade e per i corridoi dell'università bardate di magliette brillantinate e minigonne, come se dovessero andare in discoteca.

Sospirai, spostando lo sguardo sugli invitati, che nell'attesa avevano iniziato a chiacchierare tra di loro. «Perché avete invitato tutta questa gente?» bisbigliai, cercando di assumere un'espressione il più possibile sorridente.

Arianna si strinse nelle spalle. «Ci sembrava una buona idea per festeggiare il tuo compleanno. È un'esperienza nuova per te, no? Nessuno ti ha mai organizzato una festa a sorpresa».

«Anche tu hai bisogno di svagarti un po', ogni tanto. In fondo sappiamo che ti fa piacere che tutti siano qui per te» continuò Elisa con voce bassa.

«Sì, ma avrei preferito una serata più tranquilla» sospirai e mi voltai verso i presenti, schiarendomi la voce per attirare la loro attenzione. «Grazie a tutti per essere qui» annunciai, stringendomi le mani davanti al petto, imbarazzata. «Ma non ce n'era bisogno».

«A noi fa piacere. È il tuo compleanno, no?» rispose Elena dal fondo del tavolo, una ragazza che aveva frequentato insieme a me le scuole superiori e che non si era persa nell'anno passato dalla maturità.

«Hanno organizzato tutto queste due geniette qui. A volte penso che le vostre menti siano sprecate per l'economia».

Nel voltarmi al suono di quella voce, vidi Mirco Gualmini circondare le spalle delle mie amiche con le sue lunghe braccia. Avevamo conosciuto quel ragazzo il primo giorno di lezione all'università, un tipo fin troppo esuberante che si era unito al nostro gruppetto per puro caso e che aveva contribuito ad aumentare il giro delle nostre conoscenze in quel contesto tutto nuovo. Un grande casinaro, dai capelli neri e ricci tenuti all'indietro da una fascia scura sulla fronte e con la battuta sempre pronta anche nei momenti meno opportuni, ma che si rivelava piuttosto utile per fare passare le ore di lezione troppo noiose.

Elisa incrociò le braccia, guardandolo di sottecchi. «Non credevo fossi in grado di pensare».

Mirco rispose con una smorfia, per poi lasciare le mie amiche e avvicinarsi a me, fingendo di piangere. «La nostra Erika diventa una ventenne. Cavolo, sono commosso!» disse e mi circondò con un abbraccio che per poco non mi stritolò, così velocemente che non riuscii a sottrarmi a quel gesto.

«Mirco, grazie tante. Adesso però mollami». Ricambiai l'abbraccio e cercai di spingerlo via, imbarazzata.

Quando lui mi lasciò, Arianna lanciò un'occhiata all'orologio appeso sopra il caminetto e sussultò per la sorpresa. «Sono già le sette e mezza! Devi aprire i regali prima delle otto, su muoviti!» esclamò e mi spinse verso il tavolo, facendomi sedere al lato più corto.

«Perché prima delle otto?» domandai, guardandola di sottecchi. Quell'ora corrispondeva precisamente al momento della mia nascita, ma non capivo il motivo di tanta fretta. Non sarebbe cascato il mondo se avessi continuato a scartare i regali anche dopo la famigerata ora X.

«Perché alle otto precise devi spegnere le candeline della torta. Su, comincia con questo». Elisa mi piantò davanti un pacchetto piatto e largo dalla consistenza rigida e zittì tutti in attesa della mia reazione.

Leggermente sconcertata, osservai per un momento la superficie liscia della carta a fiori, poi tolsi il biglietto attaccato ad essa con un pezzo di nastro adesivo. Era il fac-simile di una carta d'identità che avevo visto diverse volte nelle cartolerie, sulla cui prima facciata era stampata una frase simpatica riguardante lo scorrere del tempo. L'aprii e iniziai a leggere le sezioni compilate a mano dalla tonda grafia di Elisa.

Le prime righe si limitavano a riassumere i miei dati anagrafici. Apprezzai il fatto che le mie amiche si fossero limitate a scrivere ciò che corrispondeva alla realtà, senza sostituirla con strane parodie molto usate per quelle occasioni.

Erika Lugli, nata nell'ospedale di Pavullo nel Frignano, un paese sulle pendici dell'appennino modenese, da genitori entrambi originari dell'Emilia Romagna. Abitavo sulla via Giardini, una lunga strada che collega i paesi di montagna con quelli della pianura, come Maranello e Modena, il capoluogo di provincia. In vent'anni della mia vita non mi ero mai spostata da lì, nemmeno per un piccolo trasferimento, cosa che mi andava piuttosto bene, dato che la mia casa era circondata da alberi, prati e dolci pendii che mi ricordavano ogni giorno quanto la natura potesse essere bella. Non stavo in una città, ma in un semplice gruppo di case allineate sulla strada, dove il centro più vicino, a circa cinque chilometri di distanza, era Serramazzoni, un piccolo ma tranquillo comune dove la vita giovanile di certo non si sprecava. Le mie amiche abitavano lì, vicino alla piazza centrale dove spesso avevamo passato le nostre giornate a rincorrerci e a giocare a nascondino. Figlia unica, vivevo insieme a mio padre Giovanni, impiegato in una società di costruzioni edili, e a mia madre Silvia, commessa part-time in un supermercato e pittrice a tempo perso. Avevo anche un gatto siamese, di nome Leone, dal bellissimo pelo chiaro, ad eccezione della coda, del muso e delle zampe, tutti sul nero. Il resto dei miei parenti era sparso per l'appennino, salvo la sorella di mio padre che si era trasferita nel sud Italia con marito e figli.

Sul biglietto non poteva di certo mancare la mia occupazione: studentessa all'università di Modena e Reggio Emilia, facoltà di Economia. Avevo intrapreso quella strada dopo cinque anni di ragioneria, per continuare nel percorso che avevo scelto già da tempo: diventare una "dottoressa commercialista", professione dal nome e dai guadagni piuttosto allettanti, ma per la quale avrei dovuto faticare parecchio nel corso dei miei studi. Tuttavia, per evitare di spaventarmi inutilmente, preferivo non pensarci troppo su.

Scorsi i dettagli sul mio aspetto fisico e passai rapida alla foto incollata sul lato destro del biglietto. L'immagine mi ritraeva insieme ad Elisa ed Arianna, in un abbraccio collettivo, scattata quell'estate stessa in un parco di divertimenti. Ero venuta particolarmente bene, forse una delle poche foto in cui non sembravo un manichino travestito: il sole metteva in risalto la mia carnagione, molto più pallida rispetto a quella delle mie amiche, facendola quasi brillare; avevo raccolto i lunghi capelli neri in una coda alta, che scendeva dal retro del cappellino rosa ad accarezzarmi la spalla destra; gli occhi castani erano coperti dagli occhiali da sole, sottili e adatti per un viso lungo e magro come il mio. Sotto all'immagine c'era una dedica che mi augurava buon compleanno, per la quale ringraziai le autrici con un caloroso abbraccio.

Aprii il regalo e dentro vi trovai un set di colori a olio, molto utile per portare avanti l'hobby ereditato da mia madre, la pittura. I dipinti a colori non erano il mio forte, essendo molto più brava con una semplice matita, ma apprezzai comunque tantissimo quel regalo, dicendo che sarebbe stata un'ottima occasione per migliorare la mia tecnica.

Nella mezzora che seguì, scartai il resto dei regali, tra cui quello dei miei genitori, e a pochi minuti dalle otto fu il momento di saziare la fame collettiva. Mia madre tornò dalla cucina con la torta, una distesa di glassa e fragole su un letto di pan di spagna, con uno strato di crema al centro. Rimasi leggermente delusa nel non vedere la tradizionale torta della nonna, ma mia madre tolse tutte le mie invisibili preoccupazioni sussurrandomi all'orecchio che essa mi avrebbe atteso in cucina il mattino seguente.

Dopo aver acceso le candeline, le luci vennero spente e tutti restammo in attesa dello scoccare delle otto. Arianna, con voce squillante, scandì i secondi che mancavano, rendendomi ansiosa nell'attesa e facendomi sperare che la serata arrivasse presto ad una sua fine. Osservai le fiamme delle candeline espandersi nell'aria mentre ascoltavo i numeri arrivare allo zero.

«Tre, due, uno... Auguri!».

Tra gli applausi, presi un profondo respiro e soffiai sulle candeline. Non espressi nessun desiderio, dato che ero perfettamente consapevole che quel gesto non avrebbe contribuito a segnare il mio futuro, quindi mantenni le speranze per tempi più opportuni.

All'improvviso, tutto attorno a me rallentò, come se qualcuno avesse premuto il pulsante di avanzamento lento. Le voci dei presenti che stavano intonando la tipica canzoncina di tanti auguri si mischiarono in un vortice di rumori indistinti, sopra a cui spiccava il rintocco dell'orologio a pendolo che segnava l'ora del mio ventesimo compleanno. Nella luminosità delle lampade che si riaccendevano, le immagini davanti ai miei occhi divennero sfocate e si riempirono di una strana luce argentea, permettendomi di vedere appena alcune macchie di colore, unite nel movimento delle mani che battevano lente un applauso silenzioso. Ben presto, il turbinio di voci si spense, per lasciare spazio ad un altro rumore, quello di un brusio sordo che, alzandosi, si trasformò in una cantilena. Non capii cosa quella voce stesse dicendo, ma riuscii a cogliere tra quelle parole una cadenza latina.

All'ottavo rintocco, tutto tornò come prima. La cantilena sfumò in sottofondo, lasciando di nuovo spazio alle ben più reali voci dei miei amici.

Respirai a fondo e mi aggrappai al bordo del tavolo, guardando dal basso i visi sorridenti degli invitati. Strabuzzai gli occhi, in cerca di qualche segno interrogativo nei loro sguardi, ma nessuno sembrava essersi accorto di niente, come se quell'illusione fosse stata riservata soltanto a me.

Quando mia madre mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava, non feci riferimento all'accaduto, anche perché mi sentivo una pazza nel credere di aver avuto un'allucinazione. Io, la ragazza scettica che non aveva mai accettato l'esistenza dei fenomeni paranormali, che si fossero trattati di apparizioni spirituali, fantasmi, magia o mostri di chissà quale genere, non potevo lasciarmi preoccupare da ciò che probabilmente era stata una semplice fantasia della mia mente. Doveva essere la stanchezza del lavoro, unita al fumo delle candeline e alla mia immaginazione, che negli ultimi tempi aveva dato una spinta fin troppo forte nell'estraniarmi dalla realtà. Comunque, per il resto della serata non successe nient'altro del genere, perciò non vi diedi più peso.

Dopo tre ore abbondanti di chiacchiere e giochi di società, tutti uscirono dalla mia casa per tornarsene nelle rispettive abitazioni, lasciandomi libera di chiudermi nella mia camera a riposare. Indossai il pigiama e mi avvolsi nelle coperte con il sorriso sulle labbra, pensando che in fondo la serata non era stata poi così traumatica come mi ero aspettata. I miei amici mi avevano allietata con tante spensierate risate, che da tempo non mi concedevo. Sarebbe stato un bell'episodio da mantenere vivo nella memoria anche durante il secondo anno all'università, che sarebbe cominciato una settimana più tardi. L'unica nota stonata, più strana che negativa, era rappresentata dalla mia visione, il cui ricordo tornò a farsi strada nel silenzio della mia stanza. Non riuscivo a rammentare niente di preciso, se non un'eco lontana di quella nenia latina, accompagnata dal bagliore argenteo apparso davanti ai miei occhi.

Scacciai quel pensiero dalla mente. Non volevo farmi prendere dal mistero dell'inspiegabile. Ne avevo già abbastanza di Arianna, fissata con tutto ciò che poteva essere definito "sovrannaturale", tanto che se ne avessi parlato con lei sarei diventata sicuramente la sua nuova cavia da laboratorio. Sostituii quindi il ricordo con i regali ricevuti, che mi accompagnarono in sogno fino al mattino successivo.